Dopo poco tempo dall’ingresso di mio padre nella struttura riabilitativa (benchè si fosse capito quasi subito che non avrebbe fatto il minimo sforzo per riprendersi) pensammo (anche se eravamo coscienti che non sarebbe accaduto dopo qualche giorno......) di riuscire a portarlo a casa, facendogli fare una vita tutto sommato decente. Come riprese un minimo di autonomia gli consegnammo il suo cellulare, con il quale ogni tanto riusciva a chiamarmi. Vedere apparire il suo nome sul mio telefono, anche se ero al lavoro, mi riempiva di gioia come pochi, sebbene fossi conscio che c'erano mille problemi. Ero felicissimo che mi chiamasse per sentirmi e, come potevo, mi divertivo anche io a chiamarlo.
Iniziai ad avere un cauto ottimismo per il futuro, sebbene i dissapori e le discussioni con le mie zie continuavano. Ero riuscito a trovare un lavoro soddisfacente nel gennaio 2006 e, poco dopo, avevo iniziato una relazione molto intensa che durò diversi mesi. Sapevo che la strada non sarebbe stata in discesa, ma ero fiducioso.
Al lavoro mi ero fatto voler bene sia dai colleghi con cui lavoravo a stretto contatto, che dai superiori.
Avevo creato un clima di solidarietà e rispetto, grazie anche al fatto che al lavoro non mi fermavo un attimo. Con qualche collega era nato un rapporto di amicizia e tutt'ora, nonostante le strade si siano separate, ci si sente con grande piacere.
Fu brutto, però, dover nascondere la mia situazione familiare. Non avevo esperienza di alcuni contesti lavorativi, ma mi dissero che non avrei dovuto proferire alcuna parola su quanto mi stava succedendo a casa.
Per me, che sono un carattere diretto e solare, era molto brutto non potermi mostrare totalmente per quello che ero, facendo finta di nulla sui problemi a casa.....
Se mi arrivava una telefonata da casa non rispondevo o lo facevo a monosillabi e potevo chiamare solo durante la pausa pranzo, se non avevo qualche collega intorno.
Comunque avevo belle prospettive e pure la mia vita privata andava a gonfie vele.
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